di Daniele Gennaro
in un pennuto silenzio
ti ascolto.
un sorriso piumato
è la risposta.
un nido di paglia,
un tetto, una birra.
remando e passeggiando
per mari e senili silenzi,
travalico il dubbio
e mi ancòro a densi
pensieri affamati.
sto sulle mie, mi ondeggia,
asimmetrico, un dubbio:
di corsa, di corsa oppure
rallento?
risolvo con grazia,
un colpo di spazzola
al desco del posto che
amo.
amo la casa dove vivo,
è arrivata lei ora e chiudo
la pagina sul suo sorriso
di sole, a Calais,
un pomeriggio,
con panchine, ombrelli
e palloni,
a colorare le nubi,
un transito atteso
a rimorchio di ombre.
venerdì 13 marzo 2009
mercoledì 11 marzo 2009
Dentro il diario la stella alpina
di Daniele Dossena
non m'appartiene il tempo, non più
velato da un segno
rileggo le vie nelle mani
senza pensare agli occhi
inquinati dal vivere
le linee s'interrompono
dentro una ruga
svelando l'ennesimo crisantemo
che ingravida un cuore
nell'infinito schiuso a rondini perse
quale sia la via per il nido
è altra storia
e l'abbraccio di un seme
e lo scoglio ferito dall'onda
e l'ultima pagina scritta e mai letta
[dentro il diario, la stella alpina]
vola tu per me
voglio riposare il mio inutile pensarti
non m'appartiene il tempo, non più
velato da un segno
rileggo le vie nelle mani
senza pensare agli occhi
inquinati dal vivere
le linee s'interrompono
dentro una ruga
svelando l'ennesimo crisantemo
che ingravida un cuore
nell'infinito schiuso a rondini perse
quale sia la via per il nido
è altra storia
e l'abbraccio di un seme
e lo scoglio ferito dall'onda
e l'ultima pagina scritta e mai letta
[dentro il diario, la stella alpina]
vola tu per me
voglio riposare il mio inutile pensarti
domenica 8 marzo 2009
Lasciami
di Vincenzo Celli
lasciami,
in quest'ombra ancora timida,
snudami delle vecchie parole,
spogliami la gola dell'ultimo fiato,
come foglia all'autunno,
lasciami,
qui disteso, al seno della sera, tiepido,
sotto ai miei debiti ed al profumo,
della rosa dimenticata.
lasciami,
in quest'ombra ancora timida,
snudami delle vecchie parole,
spogliami la gola dell'ultimo fiato,
come foglia all'autunno,
lasciami,
qui disteso, al seno della sera, tiepido,
sotto ai miei debiti ed al profumo,
della rosa dimenticata.
Il porto dissepolto
di Vincenzo Celli
E' la vita
e non la leggenda d'ogni espressione
che si spezza senza la franchigia dei giorni
si diùrna così
aprendosi ai margini
e ci si incammina incauti
nel profumo fertile del nuovo viaggio
nessuna casualità
accenno, sguardo, fiato
non sono io il perdente
che si cava le parole dalla bocca
perchè non c'è nessun altro
da convincere o da conquistare
ognuno è poeta
se ci crede, se cerca
il porto dissepolto
E' la vita
e non la leggenda d'ogni espressione
che si spezza senza la franchigia dei giorni
si diùrna così
aprendosi ai margini
e ci si incammina incauti
nel profumo fertile del nuovo viaggio
nessuna casualità
accenno, sguardo, fiato
non sono io il perdente
che si cava le parole dalla bocca
perchè non c'è nessun altro
da convincere o da conquistare
ognuno è poeta
se ci crede, se cerca
il porto dissepolto
venerdì 6 marzo 2009
Villa Sciarra
di Marcello Devenuti
Le voci dentro parlano.
Accarezzano memorie.
Indicano l’attorno.
I profumi e il verde sovrastano, nascondendo il cielo.
Gli archi di pitosforo annunciano nuovi percorsi.
Piccoli occhiaffamati rincorrono passeri e merli, in terra.
Si voltano impauriti, nello smarrimento di verdi tutti uguali e sentieri troppo simili, che evocano smarrimenti e abbandoni.
Sorridono riconoscenti alle figure parentali e proseguono per l’oceano delle scoperte.
Uomini anziani accarezzano giornali troppo seri, attraversati da lame di luce perforanti.
Donne in età sorridono puntocrociando.
Gli occhi hanno sapore di miele d’acacia.
Gazebi fioriti accolgono solitari libri, sfoglianti tra le mani di ragazzi solitari.
I pini regalano i loro doni e la terra si fa pregna del rumore degli odori.
Un giovane attraversa sentieri ed archi.
Le sue scarpe suonano le sinfonie del muschio e degli aghi.
Cerca una panchina scomparsa nei labirinti di verde e di memoria.
Cerca i sospiri di occhi acquamarina, perdendosi nella melanconia di parole sussurrate e sfioramenti accennati.
Riannusa la carnalità di piccoli seni accolti, di labbra cercatrici, di sospiri che contengono parole e frasi inesprimibili.
Ripercorre la strada del ritorno, tra archi di pitosforo curiosati da piccoli occhi cacciatori.
Sfiorando giornali aperti in grembo al sonno.
Ascoltando uncinetti che accompagnano un canto che percorre l’andare del tempo, quasi muto.
Ora è fuori, dimentico del libro dimenticato in un gazebo fiorito, perduto per dimenticare un sogno avvolgente, mentre l’attenzione viene catturata dal clacson delle auto e dal filobus che lo ricondurrà a casa.
Le voci dentro parlano.
Accarezzano memorie.
Indicano l’attorno.
I profumi e il verde sovrastano, nascondendo il cielo.
Gli archi di pitosforo annunciano nuovi percorsi.
Piccoli occhiaffamati rincorrono passeri e merli, in terra.
Si voltano impauriti, nello smarrimento di verdi tutti uguali e sentieri troppo simili, che evocano smarrimenti e abbandoni.
Sorridono riconoscenti alle figure parentali e proseguono per l’oceano delle scoperte.
Uomini anziani accarezzano giornali troppo seri, attraversati da lame di luce perforanti.
Donne in età sorridono puntocrociando.
Gli occhi hanno sapore di miele d’acacia.
Gazebi fioriti accolgono solitari libri, sfoglianti tra le mani di ragazzi solitari.
I pini regalano i loro doni e la terra si fa pregna del rumore degli odori.
Un giovane attraversa sentieri ed archi.
Le sue scarpe suonano le sinfonie del muschio e degli aghi.
Cerca una panchina scomparsa nei labirinti di verde e di memoria.
Cerca i sospiri di occhi acquamarina, perdendosi nella melanconia di parole sussurrate e sfioramenti accennati.
Riannusa la carnalità di piccoli seni accolti, di labbra cercatrici, di sospiri che contengono parole e frasi inesprimibili.
Ripercorre la strada del ritorno, tra archi di pitosforo curiosati da piccoli occhi cacciatori.
Sfiorando giornali aperti in grembo al sonno.
Ascoltando uncinetti che accompagnano un canto che percorre l’andare del tempo, quasi muto.
Ora è fuori, dimentico del libro dimenticato in un gazebo fiorito, perduto per dimenticare un sogno avvolgente, mentre l’attenzione viene catturata dal clacson delle auto e dal filobus che lo ricondurrà a casa.
giovedì 5 marzo 2009
Topi da biblioteca
di Alessandro Vettorato
Quando aveva acceso il cellulare, gli erano arrivati subito due messaggi.
Sperava fossero di lei, della ragazza che lo aveva baciato, vestita con un kimono, seduta sul ciglio del letto: sul pavimento petali di pesco; erano già lì quando era arrivato e lei stava sul letto, come uno di quei cani della prateria che aspettano, fiutando i pericoli, nell'immensa prateria nordamericana.
Sembrava assorta e lui si era emozionato. Quando l'aveva chiamata, sottovoce, lei non aveva risposto. Teneva gli occhi chiusi e sorrideva, così che il sorriso le galleggiasse sul volto.
Dopo averla chiamata per nome ( si chiamava Ludovica, un nome così aspro per un volto così dolce ). Si era avvicinato e, inginocchiandosi, le aveva tolto i capelli dalle orecchie, scoprendo due cuffie da cui usciva un lamento flebile che le permetteva di isolarsi dal mondo.
Alle pareti, quadri di solitudine. Edward Hopper e le sue stazioni di servizio, con la gente angosciata e sola.
Lui le aveva impantanato le dita sul braccio, coperto dal materiale delicato del kimono, ideogrammi sui polpastrelli.
E lei gli aveva sussurrato: “Baciami”. Senza aprire gli occhi.
Lui si era sporto in avanti e aveva fatto ciò che lei gli aveva ordinato.
Quando lui le aveva poggiato una mano sulla coscia, lei aveva sibilato “NO”.
Un NO così strozzato da storpiarle i lineamenti del volto.
Lui si era alzato e aveva lasciato la stanza.
Aveva abbandonato la solitudine di Hopper. Quelle tazzine e i lampioni.
Il mittente dei messaggi che gli diedero il buongiorno quella mattina non era lei, ma la biblioteca dove lui affittava libri, cd e DVD.
Il messaggio, semplice e spaventoso: “Pregasi riportare opere in suo possesso al più presto. Distinti saluti”.
Aveva passato la mattinata a scovare i libri finiti chissà come in posti lontani anni luce dalla lettura. Addirittura, un paio li trovò nella sua libreria.
Dopo averli stipati in uno zaino, si era diretto verso la biblioteca, evitando la strada del bosco anche se, ormai, era più pericolosa la superstrada che cingeva in un abbraccio di catrame e cemento il mondo.
Arrivato a destinazione, si era reso conto di non avere la più pallida idea di che scusa inventare per giustificare il ritardo.
Le nuvole assumevano le forme antiche delle prime poesie che aveva scritto sui sassi.
Pensò di telefonare a quella ragazza col kimono, ma non aveva credito.
La biblioteca ronzava, ovattata di sussurri e occhiate che gli studenti si lanciavano da dietro piramidi di libri, barricate di parole.
L'assenza del bibliotecario permetteva alla gente di esprimere scontentezza e di dar fuoco alle immagini. Ai simbolismi da letteratura.
Si era seduto accanto ad una palma – bonsai, contenuta in un vaso di straordinaria raffinatezza.
Ripensava alla ragazza col kimono.
Ai suoi occhi chiusi e alle labbra che pendevano come imeni addormentati nella sua bocca.
Ripescò dalla tasca il cellulare e controllò. Nessun messaggio. Forse lei non era stata che un sogno.
Anche il particolare di non avere più credito – quando, poi, l'aveva finito se sino alla sera precedente ne aveva in abbondanza e non aveva mai sentito parlare di crediti che andassero a zonzo, estrapolandosi dalla SIM -, contribuiva ad aumentare la dose di mistero in questa vicenda.
Nel frattempo, la fila si allungava e qualcuno cominciava a protestare.
Dalla vetrata, coperta da disegni infantili come schizzi disordinati di vernice, il ragazzo vedeva il bosco e il lupo aggirarsi fra le fronde. Il rumore delle zampe che calpestavano muschio e fiori secchi rimbalzò all'improvviso, crepando l'estintore rosso e pesante, abbracciato al muro.
Quando la ragazza gli era passata davanti senza guardalo, lui aveva alzato la testa e ne aveva seguito la spina dorsale.
Indossava un vestito lungo, verde pastello e sgranocchiava qualcosa di indefinibile. Lui non capiva cosa fosse un cibo che, masticato, faceva crick crock. Lui aveva messo via il cellulare e aveva sbudellato la fotosintesi clorofilliana della palma. Ne sventrò le vene di foglia. I pidocchi delle piante scapparono via, spaventati.
La sconosciuta si era sporta a prendere un libro, adagiato come una concubina su uno scaffale. Quando lo aveva fatto, la gonna, che le arrivava fino alle caviglie, si era sollevata.
Lui l'aveva raggiunta. Non che volesse parlarle, chiederle qualcosa in particolare. Desiderava ritagliare quel bottone di mondo, entro cui lei aveva mostrato la nudità della pelle. Quel sottile istmo d'osso e carne, rendeva fragile l'ecosistema della biblioteca.
Lei, però, se n'era già andata. Stufa di consultare manuali di giardinaggio ( questa era la sezione dove, ora, si trovava il ragazzo ), mostrava interesse per la pittura di Frida Khalo. Estraeva volume come carie, per poi rimetterli a posto subito dopo. Il tutto senza nemmeno aprirli. Stringeva le copertine con passione e fermezza, scivolava con l'indice lungo il dorso, socchiudendo gli occhi, come si fa con un grande piacere o una tempesta imminente.
Quando poi lei svolazzò in un altro reparto, il ragazzo aveva preso il libro di Frida e, dopo essersi dato una veloce occhiata attorno, aveva leccato i punti dove la misteriosa ragazza aveva poggiato il dito.
Non aveva idea di chi fosse né ricordava di averla mai vista in questa biblioteca.
La seguiva.
La fiutava.
La usmava.
La braccava.
Lei ne era consapevole?
O era vittima ignara?
O, forse, era lui la vittima?
Avrebbe voluto fermarsi, il peso dei libri sulla schiena lo annichiliva, ma aveva continuato a seguirla.
Buttami nel fuoco. Schiavizzami la gola, lo sguardo di pietra delle statue che si riempiva di margherite.
Stringeva il cuore così tanto da rinascerlo aurora.
Aveva girato l'angolo e lei era lì, le braccia incrociate. Ad aspettarlo.
Fu così sorpreso da ciò che quasi rovinò a terra.
Qualcuno, da qualche parte, aveva tossito e un altro gli aveva risposto, ringhiando.
Il ragazzo non poteva vedere il cielo, udiva solo il fruscio dei rami carezzare le nuvole.
Lei sogghignava. Bellissima, ma ora dava troppo l'impressione di sfrontatezza. L'anticamera della seduzione.
Quando aveva alzato verso il soffitto il cielo, due stalagmiti identiche, lui aveva notato che il tessuto in corrispondenza delle ascelle, era macchiato di piccole pozze di sudore inodore.
O, meglio, odorava, ma non era sgradevole. Gli ricordava i frollini di ceci e uva che sua madre gli preparava, prima dell'incesto del tempo.
Prima che lui potesse dire qualcosa , lei gli aveva consegnato un libro.
“Memorie delle puttane tristi” di Marquez. Un'opera tutto sommato non fondamentale nell'itinerario letterario del grande scrittore sudamericano.
Probabile, l'avesse scritta per capriccio. O per noia.
Si era domandato quando un poeta o uno scrittore fosse stanco di scrivere.
Arriva un momento nella vita in cui le parole non escono più con la stessa facilità di solo il giorno prima?
Ci si può disinnamorare della passione artistica che ti possiede?
Il ragazzo, che non sapeva scrivere e, le poche volte che ci aveva provato era stato per gioco o per amore ( l'amore fa diventare tutti poeti ), sperava che il fuoco del talento artistico di Gabriel non si spegnesse mai.
Quando aveva aperto il libercolo, si era reso conto che le pagine erano vuote.
La ragazza aveva ritirato il braccio, lentamente, così che si accorgesse che la pelle dalle dita alla spalla era ricoperta di parole.
Poi aveva parlato, con la voce avrebbe avuto Patty Smith dopo un orgasmo, dopo la lettura di una poesia, dopo una lunga camminata.
“Gabriel avrebbe voluto scrivere su una donna “Cent'anni di solitudine”, ma nessuna lo prendeva sul serio così, un pomeriggio, andò sulla riva di un fiume ad ascoltare i pappagalli. Le zanzare lo avevano aggredito subito, ma a lui non importava, anzi, si era denudato offrendo loro il corpo. Si era assopito, cosa piuttosto facile, di pomeriggio, con quell'afa. Quando si era svegliato, i vestiti erano scomparsi. Nonostante li ebbe cercati a lungo e dappertutto, non li aveva più trovati. Dall'altra parte del fiume c'era un alligatore e, vederlo, ricordò a Gabriel quanto la foresta fosse pericolosa di notte. Anche di giorno non è trascurabile la dose di rischio, ma, se devi farti una gita notturna, la giungla è da sconsigliare. Al posto dei vestiti, Gabriel aveva trovato pastelli e rotoli di carta. Li aveva annusati, affondando nella carta ruvida, riconoscendo così il profumo della sua pelle. Sì, erano proprio i suoi vestiti, trasformati, chissà come, in materiale di scrittura. Si era seduto sopra lo spesso tappeto di vegetazione e aveva scritto le prime dieci pagine di “Cent'anni di solitudine”. Quella lunga notte si era addormentato, poi svegliato cinque volte, come se ci fosse notte dentro la notte”.
Lei lo aveva carezzato. Gli aveva preso il viso fra le mano, attirandolo a sé: “Innamorati del tempo, dei libri, delle parole scritte. Ma non di me”.
“E se volessi farlo?”.
“Hai bisogno di raggiungere il cuore di quella giungla. Di odorare i fiori tropicali”.
Gli aveva lambito la fronte con le labbra e lui era stato risucchiato.
Svaporò.
Cadde sul manto di foglie che adornava la riva del fiume.
Sopra di lui, la luna piena assomigliava a un vasetto di maionese non ancora aperto. Chissà quanto pagava d'affitto al cielo per pavoneggiarsi davanti al mondo.
Si era alzato in piedi, traballante come un puledro appena nato, e aveva dilazionato i muscoli delle braccia in avanti. Assomigliando ad uno zombie. A qualche metro, giaceva un corpo nudo, maschile. Lui intuì che potesse trattarsi di Gabriel Garcia Marquez e ne aveva carezzato la capigliatura brizzolata.
Quando il grande scrittore aveva gemuto nel sonno, lui si era scostato, impaurito e si era nascosto dietro un banano.
Sotto le scarpe, banane marce.
Non si era reso subito conto che, stretto a Marquez, stava un altro corpo, minuto. Vestito. Lui ebbe un tuffo al cuore. Sanguisughe gli succhiarono via la linfa. Il sangue.
Il kimono proteggeva la ragazza, dal gelo della notte e dagli sguardi indiscreti ( ma nella giungla, quanti guardoni si possono incontrare??? ).
Si era inginocchiato e le aveva affondato le dita fra i capelli. Con dolcezza e nostalgia.
Ogni volta che la sfiorava, le remava le dita fra le trame fitte della chioma, sapeva che l'avrebbe rimpianta. In qualche notte sbagliata, l'avrebbe cercata nel greto del letto, in qualche momento scartato in cui avrebbe desiderato soltanto averla fra le mani e dirle “sei nei miei silenzi”, ma sarebbe stato come stringere fra le mani le ombre di un carnevale vissuto da coprotagonista.
Si può essere maschera che indossa una maschera?
Non aveva più nulla da fare lì e, per giunta, Cent'anni di solitudine era diventato un best – sellers da decenni, ormai.
Quando era tornato nella biblioteca, la sconosciuta stava bevendo uno scipito cappuccino. Uno di quelli delle macchinette.
Lui si era avvicinato e l'aveva guardata a lungo. Prima lei, poi il cappuccino che nuotava nel bicchierino.
Si erano sorrisi, ognuno in maniera diversa e distante. Ma lo fecero.
“Rivedrò ancora quella ragazza e il suo silenzio?”.
La sconosciuta finì il cappuccino, gettò il bicchiere nel cestino: “Ha importanza? Marquez, in ogni caso, il suo libro lo ha scritto. I suoi demoni li ha sconfitti. Lui non è più solo”.
Il bibliotecario fece la sua comparsa, accolto da due ali di gente festante. S'inchinò e mi fece l'occhiolino.
Nel bosco cadde una pigna, ma nessuno udì nulla.
Com'è facile smarrirsi in un bosco tagliato.
“Fammi tornare da lei” la pregò lui.
“Servirebbe a qualcosa? Staresti meglio, sapendo che non potrai mai averla?”.
“Fammela accarezzare ancora una volta”.
La sconosciuta aveva scrollato le spalle.
“Quanta solitudine nello sguardo di un uomo che ama”.
Lo trasse a sé. Lo abbracciò e lui non poté far altro che addormentarsi fra le sue braccia.
Quando aveva acceso il cellulare, gli erano arrivati subito due messaggi.
Sperava fossero di lei, della ragazza che lo aveva baciato, vestita con un kimono, seduta sul ciglio del letto: sul pavimento petali di pesco; erano già lì quando era arrivato e lei stava sul letto, come uno di quei cani della prateria che aspettano, fiutando i pericoli, nell'immensa prateria nordamericana.
Sembrava assorta e lui si era emozionato. Quando l'aveva chiamata, sottovoce, lei non aveva risposto. Teneva gli occhi chiusi e sorrideva, così che il sorriso le galleggiasse sul volto.
Dopo averla chiamata per nome ( si chiamava Ludovica, un nome così aspro per un volto così dolce ). Si era avvicinato e, inginocchiandosi, le aveva tolto i capelli dalle orecchie, scoprendo due cuffie da cui usciva un lamento flebile che le permetteva di isolarsi dal mondo.
Alle pareti, quadri di solitudine. Edward Hopper e le sue stazioni di servizio, con la gente angosciata e sola.
Lui le aveva impantanato le dita sul braccio, coperto dal materiale delicato del kimono, ideogrammi sui polpastrelli.
E lei gli aveva sussurrato: “Baciami”. Senza aprire gli occhi.
Lui si era sporto in avanti e aveva fatto ciò che lei gli aveva ordinato.
Quando lui le aveva poggiato una mano sulla coscia, lei aveva sibilato “NO”.
Un NO così strozzato da storpiarle i lineamenti del volto.
Lui si era alzato e aveva lasciato la stanza.
Aveva abbandonato la solitudine di Hopper. Quelle tazzine e i lampioni.
Il mittente dei messaggi che gli diedero il buongiorno quella mattina non era lei, ma la biblioteca dove lui affittava libri, cd e DVD.
Il messaggio, semplice e spaventoso: “Pregasi riportare opere in suo possesso al più presto. Distinti saluti”.
Aveva passato la mattinata a scovare i libri finiti chissà come in posti lontani anni luce dalla lettura. Addirittura, un paio li trovò nella sua libreria.
Dopo averli stipati in uno zaino, si era diretto verso la biblioteca, evitando la strada del bosco anche se, ormai, era più pericolosa la superstrada che cingeva in un abbraccio di catrame e cemento il mondo.
Arrivato a destinazione, si era reso conto di non avere la più pallida idea di che scusa inventare per giustificare il ritardo.
Le nuvole assumevano le forme antiche delle prime poesie che aveva scritto sui sassi.
Pensò di telefonare a quella ragazza col kimono, ma non aveva credito.
La biblioteca ronzava, ovattata di sussurri e occhiate che gli studenti si lanciavano da dietro piramidi di libri, barricate di parole.
L'assenza del bibliotecario permetteva alla gente di esprimere scontentezza e di dar fuoco alle immagini. Ai simbolismi da letteratura.
Si era seduto accanto ad una palma – bonsai, contenuta in un vaso di straordinaria raffinatezza.
Ripensava alla ragazza col kimono.
Ai suoi occhi chiusi e alle labbra che pendevano come imeni addormentati nella sua bocca.
Ripescò dalla tasca il cellulare e controllò. Nessun messaggio. Forse lei non era stata che un sogno.
Anche il particolare di non avere più credito – quando, poi, l'aveva finito se sino alla sera precedente ne aveva in abbondanza e non aveva mai sentito parlare di crediti che andassero a zonzo, estrapolandosi dalla SIM -, contribuiva ad aumentare la dose di mistero in questa vicenda.
Nel frattempo, la fila si allungava e qualcuno cominciava a protestare.
Dalla vetrata, coperta da disegni infantili come schizzi disordinati di vernice, il ragazzo vedeva il bosco e il lupo aggirarsi fra le fronde. Il rumore delle zampe che calpestavano muschio e fiori secchi rimbalzò all'improvviso, crepando l'estintore rosso e pesante, abbracciato al muro.
Quando la ragazza gli era passata davanti senza guardalo, lui aveva alzato la testa e ne aveva seguito la spina dorsale.
Indossava un vestito lungo, verde pastello e sgranocchiava qualcosa di indefinibile. Lui non capiva cosa fosse un cibo che, masticato, faceva crick crock. Lui aveva messo via il cellulare e aveva sbudellato la fotosintesi clorofilliana della palma. Ne sventrò le vene di foglia. I pidocchi delle piante scapparono via, spaventati.
La sconosciuta si era sporta a prendere un libro, adagiato come una concubina su uno scaffale. Quando lo aveva fatto, la gonna, che le arrivava fino alle caviglie, si era sollevata.
Lui l'aveva raggiunta. Non che volesse parlarle, chiederle qualcosa in particolare. Desiderava ritagliare quel bottone di mondo, entro cui lei aveva mostrato la nudità della pelle. Quel sottile istmo d'osso e carne, rendeva fragile l'ecosistema della biblioteca.
Lei, però, se n'era già andata. Stufa di consultare manuali di giardinaggio ( questa era la sezione dove, ora, si trovava il ragazzo ), mostrava interesse per la pittura di Frida Khalo. Estraeva volume come carie, per poi rimetterli a posto subito dopo. Il tutto senza nemmeno aprirli. Stringeva le copertine con passione e fermezza, scivolava con l'indice lungo il dorso, socchiudendo gli occhi, come si fa con un grande piacere o una tempesta imminente.
Quando poi lei svolazzò in un altro reparto, il ragazzo aveva preso il libro di Frida e, dopo essersi dato una veloce occhiata attorno, aveva leccato i punti dove la misteriosa ragazza aveva poggiato il dito.
Non aveva idea di chi fosse né ricordava di averla mai vista in questa biblioteca.
La seguiva.
La fiutava.
La usmava.
La braccava.
Lei ne era consapevole?
O era vittima ignara?
O, forse, era lui la vittima?
Avrebbe voluto fermarsi, il peso dei libri sulla schiena lo annichiliva, ma aveva continuato a seguirla.
Buttami nel fuoco. Schiavizzami la gola, lo sguardo di pietra delle statue che si riempiva di margherite.
Stringeva il cuore così tanto da rinascerlo aurora.
Aveva girato l'angolo e lei era lì, le braccia incrociate. Ad aspettarlo.
Fu così sorpreso da ciò che quasi rovinò a terra.
Qualcuno, da qualche parte, aveva tossito e un altro gli aveva risposto, ringhiando.
Il ragazzo non poteva vedere il cielo, udiva solo il fruscio dei rami carezzare le nuvole.
Lei sogghignava. Bellissima, ma ora dava troppo l'impressione di sfrontatezza. L'anticamera della seduzione.
Quando aveva alzato verso il soffitto il cielo, due stalagmiti identiche, lui aveva notato che il tessuto in corrispondenza delle ascelle, era macchiato di piccole pozze di sudore inodore.
O, meglio, odorava, ma non era sgradevole. Gli ricordava i frollini di ceci e uva che sua madre gli preparava, prima dell'incesto del tempo.
Prima che lui potesse dire qualcosa , lei gli aveva consegnato un libro.
“Memorie delle puttane tristi” di Marquez. Un'opera tutto sommato non fondamentale nell'itinerario letterario del grande scrittore sudamericano.
Probabile, l'avesse scritta per capriccio. O per noia.
Si era domandato quando un poeta o uno scrittore fosse stanco di scrivere.
Arriva un momento nella vita in cui le parole non escono più con la stessa facilità di solo il giorno prima?
Ci si può disinnamorare della passione artistica che ti possiede?
Il ragazzo, che non sapeva scrivere e, le poche volte che ci aveva provato era stato per gioco o per amore ( l'amore fa diventare tutti poeti ), sperava che il fuoco del talento artistico di Gabriel non si spegnesse mai.
Quando aveva aperto il libercolo, si era reso conto che le pagine erano vuote.
La ragazza aveva ritirato il braccio, lentamente, così che si accorgesse che la pelle dalle dita alla spalla era ricoperta di parole.
Poi aveva parlato, con la voce avrebbe avuto Patty Smith dopo un orgasmo, dopo la lettura di una poesia, dopo una lunga camminata.
“Gabriel avrebbe voluto scrivere su una donna “Cent'anni di solitudine”, ma nessuna lo prendeva sul serio così, un pomeriggio, andò sulla riva di un fiume ad ascoltare i pappagalli. Le zanzare lo avevano aggredito subito, ma a lui non importava, anzi, si era denudato offrendo loro il corpo. Si era assopito, cosa piuttosto facile, di pomeriggio, con quell'afa. Quando si era svegliato, i vestiti erano scomparsi. Nonostante li ebbe cercati a lungo e dappertutto, non li aveva più trovati. Dall'altra parte del fiume c'era un alligatore e, vederlo, ricordò a Gabriel quanto la foresta fosse pericolosa di notte. Anche di giorno non è trascurabile la dose di rischio, ma, se devi farti una gita notturna, la giungla è da sconsigliare. Al posto dei vestiti, Gabriel aveva trovato pastelli e rotoli di carta. Li aveva annusati, affondando nella carta ruvida, riconoscendo così il profumo della sua pelle. Sì, erano proprio i suoi vestiti, trasformati, chissà come, in materiale di scrittura. Si era seduto sopra lo spesso tappeto di vegetazione e aveva scritto le prime dieci pagine di “Cent'anni di solitudine”. Quella lunga notte si era addormentato, poi svegliato cinque volte, come se ci fosse notte dentro la notte”.
Lei lo aveva carezzato. Gli aveva preso il viso fra le mano, attirandolo a sé: “Innamorati del tempo, dei libri, delle parole scritte. Ma non di me”.
“E se volessi farlo?”.
“Hai bisogno di raggiungere il cuore di quella giungla. Di odorare i fiori tropicali”.
Gli aveva lambito la fronte con le labbra e lui era stato risucchiato.
Svaporò.
Cadde sul manto di foglie che adornava la riva del fiume.
Sopra di lui, la luna piena assomigliava a un vasetto di maionese non ancora aperto. Chissà quanto pagava d'affitto al cielo per pavoneggiarsi davanti al mondo.
Si era alzato in piedi, traballante come un puledro appena nato, e aveva dilazionato i muscoli delle braccia in avanti. Assomigliando ad uno zombie. A qualche metro, giaceva un corpo nudo, maschile. Lui intuì che potesse trattarsi di Gabriel Garcia Marquez e ne aveva carezzato la capigliatura brizzolata.
Quando il grande scrittore aveva gemuto nel sonno, lui si era scostato, impaurito e si era nascosto dietro un banano.
Sotto le scarpe, banane marce.
Non si era reso subito conto che, stretto a Marquez, stava un altro corpo, minuto. Vestito. Lui ebbe un tuffo al cuore. Sanguisughe gli succhiarono via la linfa. Il sangue.
Il kimono proteggeva la ragazza, dal gelo della notte e dagli sguardi indiscreti ( ma nella giungla, quanti guardoni si possono incontrare??? ).
Si era inginocchiato e le aveva affondato le dita fra i capelli. Con dolcezza e nostalgia.
Ogni volta che la sfiorava, le remava le dita fra le trame fitte della chioma, sapeva che l'avrebbe rimpianta. In qualche notte sbagliata, l'avrebbe cercata nel greto del letto, in qualche momento scartato in cui avrebbe desiderato soltanto averla fra le mani e dirle “sei nei miei silenzi”, ma sarebbe stato come stringere fra le mani le ombre di un carnevale vissuto da coprotagonista.
Si può essere maschera che indossa una maschera?
Non aveva più nulla da fare lì e, per giunta, Cent'anni di solitudine era diventato un best – sellers da decenni, ormai.
Quando era tornato nella biblioteca, la sconosciuta stava bevendo uno scipito cappuccino. Uno di quelli delle macchinette.
Lui si era avvicinato e l'aveva guardata a lungo. Prima lei, poi il cappuccino che nuotava nel bicchierino.
Si erano sorrisi, ognuno in maniera diversa e distante. Ma lo fecero.
“Rivedrò ancora quella ragazza e il suo silenzio?”.
La sconosciuta finì il cappuccino, gettò il bicchiere nel cestino: “Ha importanza? Marquez, in ogni caso, il suo libro lo ha scritto. I suoi demoni li ha sconfitti. Lui non è più solo”.
Il bibliotecario fece la sua comparsa, accolto da due ali di gente festante. S'inchinò e mi fece l'occhiolino.
Nel bosco cadde una pigna, ma nessuno udì nulla.
Com'è facile smarrirsi in un bosco tagliato.
“Fammi tornare da lei” la pregò lui.
“Servirebbe a qualcosa? Staresti meglio, sapendo che non potrai mai averla?”.
“Fammela accarezzare ancora una volta”.
La sconosciuta aveva scrollato le spalle.
“Quanta solitudine nello sguardo di un uomo che ama”.
Lo trasse a sé. Lo abbracciò e lui non poté far altro che addormentarsi fra le sue braccia.
Mentre distratta sorridi all'assolo del basso
di Vittorio Fioravanti
Ti ho nella mente e nei sensi
nei fraseggi più intensi
in cascate di note striate
d'un ritmo acceso
d'acini gonfi di sole
Seduti insieme
brindiamo in calici
densi d'ardore
E mentre distratta
sorridi all'assolo del basso
raccolgo ignaro il tuo corpo
in un molle meandro
che ho celato tra gli occhi
E vi bevo a sorsi
la pelle tua rorida
di gocce rosse di vino
e di spuma d'ebbrezza
Bevo nei rivoli
frammisti a riccioli d'oro
lungo la gola tua ignuda
giú nel solco socchiuso
tra le chiare mammelle
irti i capezzoli bruni induriti
come la punta
dell'assetata mia lingua
che ammutolita
va percorrendo il tuo ventre
Così nel ritmo crescente
dell'affermato quartetto
che attrae la tua vista
sento affiorarmi turgida
la voglia d'averti
Ed è quando ti sfioro la mano
ed insinuo il mio sguardo
sulle tue labbra
Ti ho nella mente e nei sensi
nei fraseggi più intensi
in cascate di note striate
d'un ritmo acceso
d'acini gonfi di sole
Seduti insieme
brindiamo in calici
densi d'ardore
E mentre distratta
sorridi all'assolo del basso
raccolgo ignaro il tuo corpo
in un molle meandro
che ho celato tra gli occhi
E vi bevo a sorsi
la pelle tua rorida
di gocce rosse di vino
e di spuma d'ebbrezza
Bevo nei rivoli
frammisti a riccioli d'oro
lungo la gola tua ignuda
giú nel solco socchiuso
tra le chiare mammelle
irti i capezzoli bruni induriti
come la punta
dell'assetata mia lingua
che ammutolita
va percorrendo il tuo ventre
Così nel ritmo crescente
dell'affermato quartetto
che attrae la tua vista
sento affiorarmi turgida
la voglia d'averti
Ed è quando ti sfioro la mano
ed insinuo il mio sguardo
sulle tue labbra
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